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Poldo 5, la città
Concluso il viaggio in mare Poldo, sceso in terra, prese contatto con la città degli umani. E rimase veramente stupito da ciò che vide; innanzitutto lo colpirono delle strane cose, di vari colori, che a volte si muovevano velocemente, altre stavano ferme, emettendo rumori, suoni e anche urla e strepiti degli umani che trasportavano. Si chiamavano automobili e servivano (almeno in teoria) per portare gli uomini da una parte all’altra della città. Poldo pensò che sicuramente erano utili, certo che il frastuono e lo sgradevole odore che viaggiavano con loro non erano molto facili da sopportare. Ma non c’erano solo le automobili a sorprendere Poldo, altre strane cose stupirono molto il canguro viaggiatore: le grotte che gli uomini usavano come abitazioni. Questi posti erano stranissimi, la maggior parte si chiamavano palazzi, condomini, etc, altri ville o villette. Soprattutto i palazzi erano strani, pure questi dai mille colori, avevano altezze e forme diverse. Spesso erano appiccicati l’uno all’altro; quasi tutti avevano all’interno una strana cabina, chiamata ascensore, che serviva per portare gli uomini in alto e in basso, forse per facilitarne le funzioni digestive. Spesso questi palazzi non erano bellissimi, ma evidentemente piacevano moltissimo alle automobili (soprattutto a quelle con 2 ruote chiamate motorini) che facevano di tutto per andarvi vicinissimo, magari per riposarsi un poco, dalle fatiche dei viaggi, su delle strane costruzioni lisce, ma anche con qualche buca ben fatta, chiamate marciapiedi. Invece le grotte chiamate ville o villette sembravano molto meglio (nella maggior parte di loro c’era, intorno, addirittura della natura verde, con alberi e fiori), ma evidentemente non piacevano a tutti gli umani, ed erano molto poche; sicuramente la maggior parte degli umani non riusciva a fare a meno della bellezza e delle comodità delle grotte chiamate palazzi.
Ma nella città, e nelle abitudini e nei comportamenti degli uomini, v’erano anche altre cose che Poldo aveva difficoltà a comprendere; ad esempio il fatto che gli uomini, anche se appartenevano alla stessa razza, erano sempre diversi gli uni dagli altri, con abbellimenti (secondo gli umani, naturalmente) di aspetto e colori diversi, chiamati abiti. Alcuni oggettivamente non erano molto belli, soprattutto quelli dei maschi, con colori tetri ed opachi, altri più vivaci, creavano sempre un risultato così e così; c’erano poi donne molto grandi con abiti piccoli e stretti, giovani piccoli e magri con abiti molto larghi(ad esempio a tanti di loro i pantaloni erano così ampi che sembravano cadere in terra ad ogni passo); altri avevano abiti vecchi sgualciti e consunti, mentre altri ancora avevano abiti(nuovi) sgualciti e consunti apposta; insomma un grande guazzabuglio di colori e forme che un animale leggermente campagnolo come Poldo, non era in grado di comprendere e valutare come corretto omaggio alla moda.
Ma gli esseri umani avevano anche delle abitudini che a Poldo piacquero tantissimo.
Ad esempio alcuni di loro, mettevano fuori, per le strade, in bella mostra, sopra degli appositi banchetti, delle belle casse, piene di ogni “ben di dio”, dalle mele fragranti alle pere odorose, dalle arance succose ai fichi dolcissimi, dalla morbida insalata ai gustosi broccoli; insomma frutta e verdura da sballo. E tutte queste bontà erano lì, a portata di zampa, messe dagli umani generosissimi, affinché gli animali (ed evidentemente anche altri uomini) li potessero prendere e mangiare senza nessuna fatica. E Poldo si servì abbondantemente, allontanandosi poi, in un attimo, con quattro balzi veloci da canguro, così felice e contento che nemmeno fece caso all’uomo che urlava da lontano.
E anche da ciò Poldo comprese che gli uomini amavano tantissimo gli animali, anzi dedicavano loro molto del tempo di cui disponevano.
Soprattutto i cani erano beneficiati da tanto amore; li portavano a spasso ad ogni ora del giorno, con il pelo profumato ed i riccioli curati dall’estetista, con il collare sfavillante di grande classe con sopra scritto, come un biglietto da visita, nome e indirizzo.
Ma non solo i cani, l’uomo sicuramente amava tutti gli animali, anche se Poldo non riusciva a capire che ci facevano, lì nella piazza del mercato, tanti polli e altrettanti conigli stipati all’inverosimile, in alcune gabbie di legno.
Ma in fondo la città e la sua umanità varia sembravano, all’ingenuo canguro, proprio ciò che erano, e cioè un mondo in movimento, eternamente sospeso tra bello e non, ricco di bontà certo, ma non privo di durezza e difficoltà.
Poldo dopo un po’ di tempo si sentì stanco, e fu assalito dalla nostalgia della natura e dei suoi silenzi, delle sue immagini e anche dei suoi abitanti. Pensò agli amici di un tempo e a quelli che sarebbero venuti nel futuro. Insomma, pensò a casa, e a come fare per tornarvi.
Non sapeva però come attuare tale desiderio, e allora, un pochino stanco e sfiduciato, cercò di riordinare al meglio le idee.
Raggiunse una piccola radura cittadina, dove (era già calata la notte) decise di dormirci sopra, e si sdraiò comodamente su di un morbido tappeto di foglie fresche. Stava quasi per chiudere gli occhi quando, di lontano sentì un rumore crescente ed un fischio acuto. Aprì gli occhi e lo vide, lontano, dall’altre parte della radura, oltre il bosco, avviato di corsa verso il domani. Il grande treno apparve all’orizzonte, per poi scomparire, in breve tempo, verso la sua destinazione. Poldo comprese, sorrise dolcemente e chiuse gli occhi. Il suo viaggio, magari l’indomani, sarebbe ripreso felice, così avrebbe potutoi finalmente rivedere quella natura della quale, lo percepiva chiaramente, non poteva più fare a meno, e, già lo sapeva, non c’era niente di più bello di guardare quel meraviglioso, infinito orizzonte, dal finestrino di un treno...
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